LA PROCEDURA PER SOVRAINDEBITAMENTO: Il Piano del Consumatore

Per venire incontro alle difficoltà economiche derivanti dalla crisi finanziaria del 2008, già nel 2012 veniva approvata la L.3/12 c.d. “salva-suicidi” perché finalizzata a porre rimedio alle sempre più frequenti esposizione debitorie gravi.

Si tratta di una materia molto tecnica, disciplinata da una Legge non priva di lacune e criticità che lasciano, ancora oggi, dubbi interpretativi che dovranno essere dipanati dalla giurisprudenza.

In questa sede cercheremo di evidenziare, per sommi capi, quali sono i presupposti per poter accedere alla procedura di sovraindebitamento e quali sono gli Istituti disciplinati.

I principi generali richiamano le regole vigenti nelle procedure concorsuali (attraverso rimandi espliciti, ovvero suggeriti dalla dottrina e/o giurisprudenza a colmare le non poche lacune legislative) così ad esempio, anche qui la procedura investe l’“universalità del patrimonio” del debitore, la “generalità dei creditori” ed ha carattere di “ufficialità”, presupponendo l’intervento del Tribunale.

La procedura per sovraindebitamento postula un requisito oggettivo (art.6) costituito da una “crisi patrimoniale”, intesa come perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte ed il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, ovvero la definitiva incapacità ad adempierle regolarmente. Non devono sussistere cause di inammissibilità, quali la soggezione ad altre procedure concorsuali, aver ricorso al sovraindebitamento nei 5 anni prima, aver subito provvedimenti di revoca e/o risoluzione e/o annullamento dell’accordo.

Al requisito oggettivo concorre il requisito soggettivo, per cui può ricorrere alla procedura in commento chiunque, persona fisica e/o giuridica, che non sia fallibile: consumatori, imprenditori sotto la soglia cui soggiace la procedura fallimentare, enti privati non commerciali, professionisti, artisti, lavoratori autonomi.

L’art.15 della L.3/12 prevede la costituzione degli Organismi di Composizione della Crisi (OCC) presso ogni Tribunale, trattasi di un ausiliario del Giudice e del debitore, che deve essere indipendente e terzo. L’OCC assume ogni iniziativa funzionale alla predisposizione ed esecuzione del piano, verifica la veridicità dei dati contenuti nella proposta e negli allegati, attesta la fattibilità del piano, esegue le pubblicità richieste, svolge le funzioni di liquidatore e/o gestore se richiesto dal Giudice. Nell’esercizio delle proprie funzioni, l’OCC può accedere – previa autorizzazione del Giudice – all’anagrafe tributaria, centrali rischi e banche dati, assume onerose responsabilità anche penali per le attestazioni che sottoscrive.       0

In concreto, il debitore accede a tali procedure innanzitutto presentando una domanda all’OCC che nomina un “Gestore” e verifica in via preliminare la sussistenza dei requisiti di ammissibilità, oggettivi e soggettivi, per poi, a seconda del caso specifico, suggerire e/o coadiuvare il debitore nella procedura alla luce delle specificità delle specificità del caso.

In origine la legge prevedeva soltanto lo strumento dell’Accordo con i debitori, il d.l. 179/12 ha introdotto, rispettivamente all’art.12 bis ed all’art.14 ter della L.3/12, il Piano del consumatore e la procedura di Liquidazione dei beni; le prime due procedure sono affini al concordato preventivo, laddove la terza si avvicina alla procedura fallimentare.

Il piano del consumatore (PDC) è l’unico strumento di esclusiva prerogativa del “Consumatore”, ovvero della persona fisica che ha contratto debiti al di fuori della propria attività imprenditoriale e/o professionale. Con la sentenza nr.1869/16, la S.C. di Cassazione ha stabilito che anche il garante e/o fideiussore, purchè non abbia svolto anche un ruolo di gestione dell’impresa, può essere qualificato alla stregua di “consumatore” ai fini della procedura ed accedere al Piano del Consumatore.

Il PDC viene depositato presso il Tribunale nel cui circondario ha la residenza il Consumatore e deve prevedere la ristrutturazione dei debiti; eventualmente anche con l’ausilio di garanti che sottoscrivono. Il Tribunale, verificata preliminarmente l’ammissibilità e l’assenza di atti in frode ai creditori, emette un decreto (di ammissione) e fissa l’udienza di omologa (entro 60 gg), l’OCC deve darne comunicazione ai creditori almeno 30 gg prima. Ai fini dell’ammissibilità del PDC rileva la completezza della documentazione e la c.d. “meritevolezza” del debitore, in ordine alla quale assume rilevanza la relazione dell’OCC. Con l’espressione “meritevolezza”, in buona sostanza, si intende che le obbligazioni siano state assunte con la ragionevole prospettiva di poterle adempiere, secondo una valutazione ex ante, come ad esempio quando la “crisi patrimoniale” è riconducibile a cause indipendenti dalla propria volontà come malattie, perdita del lavoro ecc… Attraverso il PDC, il consumatore elabora una piano di rientro per cui – grazie alle proprie capacità reddituali-economiche e/o con l’ausilio di garanti/fideiussori – garantisce il pagamento dei debiti impignorabili, stralcia i debiti chirografari (con una percentuale che non prevede minimo come invece nel concordato). Ai fini dell’omologa non sarà necessario il consenso dei creditori, come invece richiesto nella procedura dell’”accordo “, in quanto il Tribunale verificherà solo la sussistenza dei presupposti di ammissibilità e fattibilità del PDC e “meritevolezza” del debitore. Altro aspetto di particolare importanza è il rapporto tra PDC ed azioni esecutive individuali dei singoli creditori: l’art.12 bis II comma L.3/12 stabilisce che il Tribunale con il decreto di fissazione dell’udienza di omologa, laddove ritenga che eventuali azioni esecutive individuali possano pregiudicare la fattibilità del PDC concede la sospensiva fino all’omologa. Sulla sospensiva potrebbe pronunciarsi, a seguito di istanza del debitore, anche il Giudice dell’Esecuzione, laddove la stessa fosse incardinata proprio medio tempore tra il deposito del PDC e l’emanazione del decreto di fissazione dell’omologa. Gli effetti della sospensiva non pregiudicano, tuttavia, gli atti compiuti anteriormente alla sospensione: così ad esempio nel caso di pignoramento presso il terzo, il debitore si potrebbe trovare nella situazione in cui la procedura è sospesa ma non può utilizzare le somme che, nelle more, sono state congelate per la notifica del ppt. A sottolineare la stretta connessione tra procedure da sovraindebitamento ed esecuzione forzata, vi è la riforma del 2015 che ha prescritto per l’atto di precetto – ovvero la formale intimazione al pagamento che prelude l’esecuzione forzata – l’invito al debitore di definire la situazione di sovraindebitamento ricorrendo agli strumenti di cui alla L.3/12.

La durata del PDC si ritiene debba essere circoscritta in un lasso temporale non superiore ai 5 anni, (Tribunale di Rovigo decreto di inammissibilità del 13.12.16 per un piano di 12 anni, che ha fatto propri i principi già elaborati in sede di concordato dalle SS.UU. della Cassazione con sentenza nr.1521/13)

All’udienza per l’omologa, i creditori non votano, ma possono fare le contestazioni, sostanziali e/o processuali, sui crediti e contestare il piano sotto il profilo della “convenienza” (il risultato del piano non deve essere inferiore all’alternativa liquidatoria: ovvero deve garantire il rientro dei creditori in una misura non inferiore a quella che gli stessi ricaverebbero dalla liquidazione del patrimonio del debitore), della “meritevolezza” del debitore. Trattasi di procedimento in camera di consiglio disciplinato dagli art. 737 cpc e ss, che si conclude con un decreto, di accoglimento e/o di rigetto, reclamabile al tribunale in composizione collegiale. Il decreto inammissibilità si ritiene non impugnabile in Cassazione, perchè non è preclusa la possibilità per il consumatore di presentare un nuovo Piano.

L’omologa deve intervenire entro 6 mesi dal deposito del ricorso, dovrà essere pubblicizzato e trascritto a cura dell’OCC se prevede cessioni e/o affidamenti a terzi di beni immobili e/o mobili registrati.

Il PDC può essere “annullato” quando è stato dolosamente aumento o diminuito il passivo, sottratta o dissimulata una parte rilevante dell’attivo, siano state simulate dolosamente attività inesistenti, il ricorso deve essere proposto entro 6 mesi dalla scoperta ed entro 2 anni dall’ultimo adempimento, con l’annullamento cessano tutti gli effetti dell’omologa. Diverso dall’annullamento è l’ipotesi della “risoluzione” del PDC, atteso che trattasi di una conseguenza dell’inadempimento degli obblighi da parte del debitore, quando le garanzie promosse non vengano costituite, l’esecuzione del piano diventa impossibile per fatti non imputabile al debitore; i termini sono 6 mesi dalla scoperta ovvero un anno dall’ultimo adempimento.

Il PDC è quindi sostanzialmente un atto unilaterale del debitore che sebbene non necessiti il consenso dei creditori, circostanza che lo rende particolarmente appetibile per il debitore, tuttavia soggiace a precisi requisiti di ammissibilità, con particolare riferimento alla natura delle obbligazioni ed alla “meritevolezza” del debitore.

Il prossimo mese tratteremo l’Accordo e la liquidazione del patrimonio.

Aprilia maggio 2018                                                                                                Avv. Felice Sibilla

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